

Fabrizio De Andrè, un’ombra inquieta. Ritratto di un pensatore anarchico
- Autore: Federico Premi
- Genere: Musica
- Categoria: Saggistica
Spesso e volentieri col beneplacito della Fondazione, l’opera omnia di Fabrizio De Andrè è passata al setaccio, i libri sullo specifico di Faber non si contano: ne ho uno a portata di mano sulla mia scrivania e credo ci resterà per sempre. Si intitola “Fabrizio De Andrè, un’ombra inquieta. Ritratto di un pensatore anarchico” (Federico Premi, per le trentine Edizioni Il Margine): è tra i testi più esaustivi-significativi che mi sia capitato di leggere sullo specifico del cantautore genovese. Significativo in quanto denso, filosofico, anti-biografico, controcorrente, decisamente “altro” dal saggio musical-seriale, e per ciò “necessario”, potenziale mappa di orientamento ontologico per questi tempi obnubilati. Un simil-pamphlet che con la scusa di De Andrè approda vivaddio a tanto altro – Nietzsche, Steiner, Gesù, amore, morte, antiborghesismo, libertarismo, anarchia –, con una schiettezza da lasciarti senza fiato (è tutto così chiaro, com’è possibile che non me ne sia mai accorto?).
Dirò ancora di più: questo è il solo libro che affronta come si deve (cioè col coraggio della divergenza) e sino in fondo l’anarchismo e l’umanesimo deandreiani (nel resto bibliografico quasi sempre solo peana e accenni di superficie alla sua scomodità), con il sostegno delle lettere, delle interviste, delle note appuntate a margine delle pagine dei libri che leggeva (conservati nell’archivio dell’Università di Siena).
Con la puntigliosa abnegazione del ricercatore e il taglio appassionato di chi ci crede, Federico Premi ha scritto il libro più oggettivo e fuori dal coro su Fabrizio De Andrè, perché può leggersi “anche” come un lavoro meta-musicale, come un testo politico-filosofico, imperniato su questioni grandi così, prima fra tutte la critica senza infingimenti dei costumi e dei valori borghesi. Leggete, a tal proposito, questo stralcio, contenuto nel capitolo sulla “borghesia come malattia” (De Andrè la definiva “borghesite”, tra pagina 20 e 21):
“Il borghese non si chiede se le cose che sono possano essere anche in altro modo. Crede di conoscere tutto ciò che si può conoscere, senza mettere in discussione come e che cosa conosce. In questo senso, è lontano dall’agire filosofico – o più semplicemente umano – e dalla domanda genealogica nietzsciana, così familiare invece alla riflessione deandreiana: come è venuta al mondo la tal cosa? Quale ne è l’origine, il fondamento?”.
Il potere persuasivo di ogni Sistema fondato su valori fissi e indiscutibili fa sì che ogni alterità provochi nell’uomo, totalmente assorbito in un unico orizzonte di senso, una inconfessata paura, un disorientamento. Di qui la necessità di prendere le distanze – ipocritamente e spietatamente – da tutto ciò che è altro, diverso, nuovo o semplicemente non conforme al verbo”. Ma quando mai in un libro sui cantanti vi capita di scorgere cose così, pensieri e parole tanto limpidi quanto fuori dai denti? Sottacere, innocuamente “agiografare”, ri-battere sentieri già battuti (possibilmente con corredo di foto a pagina intera patinata) è stata la parola d’ordine della saggistica omologa, prima di questo libro (significativo il fatto che Premi non sia un giornalista musicale). E però state tranquilli, che anche i conformi alla linea “a canzoni non si fan rivoluzioni” non rimarranno a bocca asciutta: questo “Ritratto di un pensatore anarchico” è saturo di citazioni e riferimenti ai testi deandreiani. Sono il taglio e il peso specifico con cui Premi li commenta a fare la differenza col già detto/letto sin qui.

Fabrizio De André un'ombra inquieta: Storia di un pensatore anarchico
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