

Lo squalo (titolo originale: Jaws) non è soltanto un film. Lo squalo è metafisica pura attestata sulle coordinate del perturbante e del racconto di mare. Se il vostro primo faccia a faccia con il mostro è avvenuto - come il mio - in cinemascope (una sala piena come un uovo, a ridosso delle vacanze di Natale del 1975) sapete che non sono parole grosse e di che cosa sto parlando. Per quanto mi riguarda è a causa dello Squalo che le mie nuotate in mare aperto non sono più quelle di una volta.
So per certo che la cosa non è successa solo a me.
Jaws ha segnato lo spartiacque cinefilo di almeno una generazione, transitata dalla zoomorfica fanciullezza dei cartoon disneyani alle inquietudini del filone fauna-killer a seguire. Lo squalo non era mica il Lupo cattivo di Cappuccetto Rosso, faceva molto ma mooolto più sul serio. Lo squalo era enorme e spaventoso, perché enormi e spaventose erano diventate - in traslato - le paure collettive di una parte del pianeta (crisi economica, Vietnam, terrorismo, guerra fredda, etc.). E poi c’era da battere l’illustre antesignano per eccellenza, quella Balena Bianca chiamata Moby Dick che qualcuno inquadra ancora come Dio in persona, mica quisquiglie.
Per ammissione dello stesso Steven Spielberg:
“L’intento era quello di spaventare lo spettatore, e uno spettatore che avesse in mente un Moby Dick qualunque non si sarebbe certo fatto spaventare da uno squalo di dimensioni normali”.
Discendente diretto del grande cetaceo melvilliano, lo squalo lo sovrasta, dunque, di non poche spanne ideali, superandolo in voracità, quindi nell’atto gratuito con cui somministra la morte. La scena corale dei bagnanti in fuga dalla battigia di Amity risulta in tal senso rafforzativa del concetto: nessuno può dirsi immune dal pericolo. E quando i flani dell’epoca strombazzano:
“Dopo avere assistito a Lo squalo nuotare in mare aperto non sarà più la stessa cosa”
…beh non è che si allontanino troppo dalla verità.
L’ho scritto prima come è andata a finire: è stato a partire dalla visione de Lo squalo che ha iniziato a complicarsi il mio rapporto con il mare.
Messa su un piano di stretta emotività, il grande pubblico reagisce allo Squalo come un anno prima reagiva all’Esorcista: psicosi di massa aggiornata agli oceani e alle creature che vi abitano sotto (sequel a parte, sulla scia del blockbuster spielberghiano si attesterà un lungo filone sui pesci assassini).
Come nel demoniaco di Friedkin, l’orrore che emerge da Lo squalo atterrisce in modo esponenziale al recesso quotidiano da cui proviene. Come non ti aspetti che una deliziosa ragazzina di Washington D.C. si trasformi nel più temibile dei demoni sputa-bestemmie (per tacere delle zuppe di piselli), non ti aspetti nemmeno che una ridente cittadina balneare del New England diventi il terreno di caccia di uno squalo bianco afflitto da bulimia e vanagloria cinematografica, il bau-bau collettivo per eccellenza (un surrogato del diavolo versione acquatica), intrinseco alle inquietudini di massa come la pappa alla ciccia, se mi spiego.
In alto mare gli esseri umani risultano gioco forza esposti all’ignoto, risultano indifesi. Dentro metafora, quindi, lo squalo convoca al conscio l’atavico terrore di essere mangiati vivi, la sensazione che più attanaglia davanti al capolavoro di Steven Spielberg. Sin dall’indimenticabile sequenza iniziale la mdp fruga spesso a pelo d’acqua. Lo spettatore trattiene il fiato ogni volta che sullo schermo qualcuno si sporge da un materassino, dal bordo di un’imbarcazione o molto più semplicemente sta nuotando (fin qui tutto bene ma adesso sta per succedere! ADESSO SO CHE SUCCEDE!!!).
Da abile manipolatore dei meccanismi della suspense, Spielberg attenta di continuo alle certezze del suo pubblico, tirandolo per la collottola interiore spesso e volentieri, giocando con lui sul filo dell’attesa lo stesso gioco del gatto col topo, sapendo bene che non ci sarà partita, che a spuntarla, alla fin fine, sarà sempre lui.
Quattro esempi di suspense imposta, tra i tanti che possono individuarsi all’interno de Lo Squalo:
- 1) Una pinna affiora dall’acqua seminando il panico tra i bagnanti. Si pensa subito alla presenza del pescecane in azione ma la pinna appartiene invece a due ragazzini che si divertono a fare i sub (fiuuuu!).
- 2) Due pescatori scendono in mare nottetempo. Con uno squalo cattivissimo a battere la zona, non ti giocheresti un soldo sulla loro vita. Invece alla fine la scampano. Contro ogni previsione (fiuuu!2).
- 3) Hooper è sott’acqua, lo spettatore trattiene il fiato. Da un momento all’altro si aspetta l’incontro ravvicinato con il grande squalo bianco. A sorpresa, il sommozzatore si imbatte invece nella testa smangiucchiata di un pescatore (la sequenza è un autentico colpo basso. Fai fiuuu! per la terza volta ma con molta meno convinzione).
- 4) A un certo punto del film viene finalmente catturato uno squalo-tigre. La sua carcassa è esposta ad Amity come una specie di trofeo. Sembra la fine di un incubo, non fosse che lo squalo ucciso dai pescatori è lo squalo sbagliato, solo una brutta copia del vero pesce-assassino.
Insomma è come se con il suo Jaws il regista fosse riuscito a moltiplicare una per una le fobie dello spettatore-bagnante, dando vita a un nuovo archetipo del terrore in sé, a un’incarnazione ulteriore di Male assoluto. Una macchina di morte creata apposta per uccidere. Adrenalina pura, signore e signori, garantita in dosi massicce.
A volere interpretare a raggio ancora più ampio, l’altro archetipo evocato dal thriller di Steven Spielberg è correlabile all’elemento acqua, n elemento rafforzativo - anch’esso - di paure profonde, il topos psicoanalitico per eccellenza a fare il paio con l’oralità attraverso cui il mostro estrinseca le pulsioni. La pulsione primaria del fagocitare (più ancora che del suggere freudiano) - nel film - sarà proprio la causa della sua morte, una morte eclatante, in obbligo ai dettami più spettacolari del cinema mainstream. Ricordate? Forse è bene riallinearsi alle sequenze conclusive. Siamo giunti alla resa dei conti: con la barca ormai quasi del tutto fuori uso, Quint, Hooper e Brody provano a giocarsi le loro ultime carte. Hooper entra in mare dentro una gabbia anti-squalo e tenta di infilzare l’animale con una fiocina ipodermica caricata a stricnina. Niente da fare: l’animale lo coglie di sorpresa, la fiocina scivola dalle mani dell’oceanografo che adesso si trova in guai serissimi. Mentre Quint e Brody sollevano la gabbia ridotta a brandelli (altro coup de theatre: a questo punto lo spettatore è convinto che Hooper sia bello che spacciato), lo squalo irrompe sulla barca, schiacciando lo specchio di poppa. Quint scivola progressivamente lungo il ponte, dritto nella bocca del mostro, che lo divora. Quando lo squalo attacca Brody, questi gli scaglia contro un bombola pressurizzata tra le fauci spalancate (altro richiamo palese all’oralità di cui sopra), quindi prende il fucile e spara alla bombola, facendolo esplodere.

Fine del plot ma tenete bene a mente queste ultime righe: nel film di Spielberg la morte annunciata dello squalo avviene in modo clamoroso, per esplosione: il mostro va letteralmente in pezzi, piccolissimi pezzi di pura ferocia. Nel romanzo di Peter Benchley da cui Jaws è stato tratto, la storia non finisce così. Quint e Hooper muoiono entrambi e lo squalo, dal canto suo, tira le cuoia per banalissimo sfinimento. Muore, cioè, dopo essersi tirato dietro troppo a lungo i barili rimasti arpionati al suo corpo.
Probabilmente è questa la variante più significativa, tra le diverse che giocoforza intercorrono tra libro e film.
A questo punto può dunque tornare utile richiamarsi al romanzo. A quale genere va ascritto, come prima cosa? Sulla scorta delle incursioni gore, dell’epos mutuato dalla narrativa d’avventura, di eco suggeriti dal cinema catastrofico, e persino di alcune pretese introspettive, il libro si impone come trasversale più di quanto non appaia a prima vista. Lo squalo sono 291 pagine di pura tensione, corroborata da sufficiente peso specifico. Un romanzo ben scritto, malgrado i cali di tono nella parte centrale. D’altro canto non è che abbia chissà quali pretese letterarie: come buona parte dei romanzi di genere è concentrato piuttosto a tenere inchiodato il lettore alla pagina. Ci riesce. Per quanto mi riguarda l’incipit è già di suo capace di metterti addosso un’ansia così.
“Il grande squalo scivolava silenzioso nelle acque notturne, spinto da brevi colpi della coda a mezzaluna. La bocca era aperta solo quel tanto che bastava per far giungere un flusso d’acqua alle branchie. Quasi non c’era altro movimento: un’occasionale correzione della rotta, apparentemente senza meta, con il lieve sollevarsi e abbassarsi di una pinna pettorale, così come un uccello muta direzione inclinando un’ala e alzando l’altra. Gli occhi erano ciechi nel buio fitto, e gli altri sensi non trasmettevano nulla di insolito a quel piccolo, rudimentale cervello. Pareva che dormisse, non fosse stato per il moto dettato in milioni d’anni dall’istinto di conservazione”.
Con la panoramica dettagliata della Bestia, Benchley si esprime subito - chiaro e tondo - sul protagonista principale del racconto. Si tratta, a tutti gli effetti, di un mostro dei mari tra i più spaventosi, uno squalo della razza Carcharodon Carcharias. Secondo l’oceanografo Matt Hooper - a un certo punto del libro - potrebbe trattarsi addirittura di un Carcharodon Megalodon, come dire il peggio del peggio dei colossi di mare. In ogni caso, si tratta di Qualcosa di ben più pericoloso che un comune squalo bianco, piuttosto un surrogato di specie mitologica, una derivazione omicida di Natura-Contro (come da topos dell’eco-vengeance). Un castigo divino, la Morte fatta carne, che si accanisce su un borgo marinaro che vive di turismo. Non uno squalo qualsiasi ma lo squalo più pauroso di tutti. Un evento inspiegabile alle latitudini di Amity. Un evento assolutamente non previsto, soprattutto a ridosso della stagione balneare. In tale accezione lo squalo può tradursi come declinazione cataclismatica, precipitata sul microcosmo (geografico, umano, etico) di Amity senza apparente perché. Fuori e dentro parafrasi lo squalo di Benckley è dunque muscolarità assoluta, forza primigenia: guarda alle caratteristiche del genere (il Kraken delle leggende marinare, naturalmente a Moby Dick) senza temerne il confronto. Lo squalo creato dalla penna grandguignolesca di Peter Benckley è un killer a-morale, un cattivo-cattivo. A meno di non avere qualche trauma infantile con cui vedersela, impossibile parteggiare per lui. Molto più sano tenere per la strega cattiva di Biancaneve, come Woody Allen in Io & Annie. Fidatevi sulla parola.
Ma Lo squalo di Peter Benchley non è apologia del mostro fine a se stessa. Pur se attraverso qualche stereotipia imposta dal genere, caratteri e situazioni risultano verosimili. Attraverso un focus più allargato, si rintracciano ne Lo squalo le valenze del racconto corale. Il racconto di Amity, la cittadina balneare atterrita dal mostro. Il racconto del disorientamento interiore di Ellen Brody (moglie del capo della polizia Martin Brody), al centro di una crisi coniugale che sfocia nell’infatuazione per Matt Hooper, il giovane oceanografo, incaricato di far luce sul caso del pesce assassino.
Ancora secondo i topoi della letteratura - e del cinema - a sfondo catastrofico, Lo squalo è anche una storia di buoni e cattivi. La rettitudine morale della gente comune (gli ignari bagnanti sulla spiaggia, il giornalista alleato di Brody che cerca di scrivere la verità, lo stesso Martin Brody) contrapposta all’avidità del sindaco e delle autorità locali, preoccupati di salvaguardare i guadagni della stagione turistica a scapito della vita delle persone.
Lo squalo è infine il racconto di un tipico anti-eroe -il poliziotto Martin Brody-, un cittadino con la fobia dell’acqua finito suo malgrado a vivere (galleggiare?) su un’isola. A dispetto della corporatura asciutta assegnatagli da Spielberg, Brody, nel romanzo, è descritto sovrappeso. Una persona comune con problemi comuni, come si vede. Un uomo però adamantino, votato all’interesse della comunità di cui rappresenta la legge. Al contrario del sindaco, a togliergli il sonno non sono i proventi della stagione turistica andati in fumo, quanto piuttosto il pericolo cui cittadini e turisti di Amity sono esposti per colpa dello squalo. Nella parte conclusiva del romanzo (quella della caccia al pesce-assassino), il suo spiccato senso del dovere gli impone di ucciderlo a ogni costo, di imbarcarsi con Quint (vetero-Achab della fattispecie) e Hooper (suo rivale in amore), per sfidarlo nel suo elemento naturale: quell’oceano che pure gli ha sempre messo addosso una fifa blu.
Lo squalo di Peter Benchley si impone dunque come un racconto dai numerosi risvolti, affluenti al tema principale della caccia al mostro. Non soltanto come la storia di uno squalo assetato di sangue, ma come una storia intessuta di (altre) storie. Tensioni, rimozioni, redenzioni, riscatti, cadute, paure, contrastanti. Prologo e primi capitoli risultano avvincenti, quasi da incorniciare. La parte centrale suona così così, penalizzata da una caratterizzazione dei personaggi a tratti eccessiva, da un’ironia non sempre consona alle situazioni e dal lungo capitolo erotico in cui Hooper corteggia la moglie di Brody. Il climax e la parte conclusiva riportano in quota il romanzo, riacciuffando il lettore per schiaffarlo di nuovo alla poltrona. Con il cacciatore di squali Quint a giganteggiare a sua volta, stagliandosi come esempio di personaggio ben caratterizzato. Ruvido e carismatico al contempo.
Per tornare in termini riassuntivi al rapporto di reciproca (in)fedeltà intercorso tra film e romanzo, va dato atto allo sceneggiatore di Jaws (Carl Gottlieb) della capacità di asciugare lo scritto di Benchley in funzione di una messa in scena impeccabile, conservando intatto il meglio del romanzo e sostituendone i tempi morti con scene di impronta thriller molto avvincenti (due su tutte: la scena del rinvenimento della barca, quindi della testa mozzata di un pescatore; e quella in cui un altro pescatore precipita in mare dopo che lo squalo gli ha portato via la palafitta sulla quale si trovava).
La griglia che segue ripercorre, in ultimo, i punti di divergenza più evidenti tra lo squalo di Benchley e quello di Spielberg:
• Differenze geografiche. Nel romanzo Amity è descritta come una cittadina peninsulare. Nel film come un’ isola.
• Fisiognomiche. Nel romanzo Martin Brody viene descritto alquanto in sovrappeso. Nel film è magro (impersonato dal fisico segaligno di Roy Scheider).
• Omissioni. Nel romanzo, dopo l’uccisione del piccolo Alex, viene descritta la morte di un anziano bagnante, inutilmente soccorso da un poliziotto. Nel film l’episodio non compare.
• Inserti gore. Nel romanzo Hooper e Brody non riescono a trovare il corpo del pescatore Ben Gardner. Ne intuiscono la morte dalle tracce di sangue visibili sul parapetto della sua barca, su cui ritrovano anche un dente dello squalo. Nel film Hooper si immerge sott’acqua, trova il dente della bestia conficcato nella chiglia dell’imbarcazione, quindi si imbatte nei resti dilaniati dell’uomo, rimanendone sconvolto (e lo spettatore con lui).
• Omissioni 2. Nel romanzo lo squalo funge da pretesto per l’emergere delle (tante) verità nascoste degli abitanti di Amity. Nel film questo aspetto rimane di sfondo.
• Valori aggiunti. La scena dell’autopsia di Hooper al corpo di Chrissie. Il discorso di Quint all’assemblea cittadina sull’emergenza-squalo. Quelle relative allo squalo-tigre ucciso dai pescatori invece del vero squalo-killer. Sono state tutte inventate ad hoc per la trasposizione filmica del romanzo.
• Cose di cosa nostra ad Amity. Nel romanzo il sindaco Vaughan è corrotto e affiliato alla mafia. Per distogliere Brody dal suo intento di vietare la balneazione, manda addirittura uno scagnozzo a casa sua per uccidere il gatto del figlio. Nel film Vaughan non è certo uno stinco di santo ma la sua relazione con la mafia è sottaciuta.
• Fisiognomiche 2. Nel romanzo Quint è descritto come alto e pallido. E affetto da alopecia universalis (malattia che causa la completa perdita dei peli del corpo). Inoltre è un uomo glaciale e nella caccia agli squali manifesta punte di sadismo. Nel film ha invece la fisionomia di Robert Shaw, al meglio di capelli, baffi e basette lunghe. Caratterialmente si mostra rude ma più disponibile alla relazione. Inoltre è meno spietato.
• Legami e ricadute sentimentali. Nel romanzo Ellen Brody ha una relazione extraconiugale con l’oceanografo Matt Hooper e per questo Brody non lo vede di buon occhio. Nel film tutto ciò non avviene e Brody e Hooper instaurano un rapporto persino confidenziale.
• Il cinismo del cacciatore di squali. Nel romanzo Quint evidenzia la sua vocazione sadica in due occasioni: nella prima uccide dei cuccioli di squalo soltanto per il gusto di vedere i loro simili contendersene i resti. Nella seconda mostra a Brody e Hooper il feto di una focena conservato come esca per attirare lo squalo. Nel film entrambe le circostanze ci sono risparmiate.
• Omissioni 3. Nel romanzo il passato di Quint viene taciuto. Nel film si assiste, invece, al racconto (disturbante) della sua esperienza a bordo della nave da guerra Indianapolis.
• Sommersi e salvati. Nel romanzo - la mattina del quattro luglio - Brody salva un ragazzo preso di mira dallo squalo. Manca la scena (del film) dei due ragazzi che terrorizzano i bagnanti con una pinna finta. E manca anche quella dello squalo che attacca un uomo nel canale, divorandolo sotto gli occhi del figlio del capo della polizia.
• In alto mare. Nel romanzo Brody, Hooper e Quint - impegnati nella caccia allo squalo - non trascorrono mai la notte sulla barca, rientrando a riva molte volte. Nel film, invece, rimangono in mare per l’intera durata della battuta di pesca.
• Omissioni 4. Nel romanzo, osservando le dimensioni dello squalo, Hooper ipotizza possa trattarsi di un esemplare di Carcharodon Megalodon piuttosto che di un Carcharodon Carcarias. Anche questo episodio è assente nel film.
• Morti apparenti. Nel romanzo Hooper fa una brutta fine. Dopo essersi immerso all’interno di una gabbia anti-squalo muore ucciso dallo stesso. Nel film riesce a sfangarla, nuotando fino a riva (con Brody) sano e salvo.
• Fauci. Nel romanzo anche Quint fa una brutta fine. Come del resto nel film, solo che muore in modo diverso. Nel libro resta impigliato in una delle cime che legano i barili arpionati al corpo dello squalo. Viene quindi trascinato in mare e annega. Nel film scivola lentamente tra le fauci dell’animale (Jaws in originale significa, appunto, fauci) e viene sbranato.
• Mors sua. Diversa nel romanzo è anche la morte dello squalo. Nel romanzo l’animale muore per progressivo indebolimento, dopo essersi dato da fare troppo a lungo con i barili arpionati al suo corpo. Nel film esplode in mille pezzi quando Brody spara alla bombola che stringe tra le fauci.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Lo squalo, 40 anni dopo. Il film e il romanzo sullo squalo bianco più terrificante di sempre
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