

Protagonisti sempre
- Autore: Roberto Bertoni
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Imprimatur
- Anno di pubblicazione: 2018
Le rivoluzioni le fanno i giovani. Anche le guerre. E le perdono tutte, purtroppo, perché pagano il prezzo più alto. Però, restano gli attori principali del nuovo. “Protagonisti sempre”, li chiama il giornalista e scrittore Roberto Bertoni nel titolo del saggio pubblicato a febbraio 2018 dalle Edizioni Imprimatur (416 pagine 19.50 euro).
Un secolo di storia visto con gli occhi dei ragazzi: i millenials nati dopo il 2000, i ragazzi del ’99 della Grande Guerra, i baby boomers generati dall’exploit demografico tra il 1946 e il 1965. E poi gli hyppies e gli yuppies, secondo le tante etichette e categorie che hanno individuato momenti storici e movimenti giovanili da cento anni a questa parte.
Non passa giorno che non si parli di giovani I primi di cui parla nel libro sono i kamikaze jihadisti, che stanno facendo di sé un’arma totale, sacrificando la vita in nome dell’odio e della rabbia contro il mondo occidentale, contro la nostra alta e laica qualità della vita, contro i valori democratici che a loro giudizio sono inaccettabili.
La libertà, i diritti civili, l’autodeterminazione, sono immorali per i giovani musulmani delle banlieues parigine o dei quartieri islamici come Molenbeek, a Bruxelles.
L’emancipazione femminile è una provocazione per gli arrabbiati Allah Akbar, la sovranità popolare una bestemmia.
Nel mondo, i giovani di altre generazioni e religioni si sono ribellati, sollevati, scatenati, ma sempre contro un modello di società che li opprimeva, li emarginava. Si sono battuti per un futuro diverso e migliore. Invece, questi suicidi in nome della guerra santa islamica non hanno un futuro, non lo vogliono, lo cancellano dandosi la morte, pur di infliggerla ai bersagli dell’odio viscerale che nutrono: tutti noi.
Non si ispirano a ideali, non hanno una visione politica, non gli importa affatto costruire, sono in preda ad una concezione nichilista della società, convinti che il domani porterà solo sconfitte. E poi sono spinti al sacrificio estremo dalla stolta infatuazione le teorie democraticide di fanatici come Al-Baghdadi:
uccidete i miscredenti, i crociati cristiani, in ogni maniera possibile, schiacciando la testa con una pietra, tagliando la gola con una lama, investendo con una vettura, soffocando, avvelenando, facendo precipitare.
La violenza brutale, l’indottrinamento, la propaganda capillare dell’Isis sono destinate a scomparire tra poco, ma la rabbia non cesserà e così le sue drammatiche conseguenze.
Dai ragazzi di Allah, Bertoni torna indietro ai ragazzi del 1899, i diciottenni arruolati nel 1918, addestrati sommariamente e spediti al fronte cento anni fa per rimpiazzare le enormi perdite in trincea. È la storia “assurda e sbagliata” di una generazione nella quale in tanti non hanno fatto in tempo ad avere vent’anni, considerato il conto elevato dei caduti e vittime degli ultimi mesi della Grande Guerra. E qui, molto opportunamente, il giovane autore associa ai maschi le “ragazze del ’99”, le crocerossine perite per ferite e malattie ed anche le prostitute, costrette a turni insostenibili nei “centri d’igiene”, al servizio di centinaia di migliaia di soldati.
Seguono di lì a poco i giovani della lost generation, la generazione perduta negli Stati Uniti della Grande Depressione economica dal 1929 fino alla vigilia della seconda guerra mondiale. Ragazzi che crescevano in un deserto di fiducia e di obiettivi, tagliati fuori dal passato e senza un futuro chiaro.
Contemporaneamente, in Europa i coetanei venivano fanatizza e irreggimentati nelle organizzazioni paramilitari giovanili dei regimi totalitari: avanguardisti nell’Italia fascista, Hitler Jugend nella Germania del terzo Reich, Comsomol nella Russia sovietica.
Ci sono stati i figli della lupa e i figli della svastica, ma sono entrati volontariamente in azione anche i ribelli della montagna, che hanno scelto di andare sui monti per combattere il nazismo e il fascismo. Portavano la morte e la subivano, ma credevano in qualcosa, professavano ideali superiori, sognavano la libertà, la democrazia e per garantire alla società di domani indipendenza e giustizia mettevano in gioco se stessi.
Sono arrivati poi i figli del boom economico degli anni Sessanta e in coda a quel decennio è esplosa la coloratissima rivoluzione giovanile del ’68, della quale in Occidente ancora viviamo gli effetti, almeno in parte, dopo la liberalizzazione dei costumi regalata da quella generazione e grazie alla velocità impressa ai tempi, ai mezzi di comunicazione ed ai cambiamenti da quella data fatidica in poi.

Protagonisti sempre. Un secolo di storia visto con gli occhi dei ragazzi
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