

Fisiognomica di un cantore. Franco Battiato in 100 pagine
- Autore: Riccardo Storti
- Genere: Musica
- Anno di pubblicazione: 2012
Si può scrivere senza essere tacciati di lesa maestà che il Battiato inarrivabile è stato quello pop-sinfonico pre-Sgalambro (da ”L’era del cinghiale bianco” fino a “Caffè de la paix”, per intenderci) e che - a parte le parentesi dei tre “Fleurs” - le sue songs a seguire sono state, per lo più, una reiterata mise en abyme dei suoi topoi, appesantite dall’ingerenza del filosofo-collaboratore?
Le tastiere mobilissime del cantautore - con il non-sense solo apparente dei testi - costituiscono un must generazionale anni Ottanta: della factory battiatesca (Camisasca, Alice, Giuni Russo, persino Milva, per fermarmi ai più noti), Sgalambro è la personalità meno contigua ma è diventata, per contrappasso, quella più “condizionante”. Fine dell’inciso, senza malanimo, solo per dirvi come la penso.
Dopo aver letto “I vangeli di Fabrizio De André” e “Vecchioni. Professore e gentiluomo” (entrambi per Aereostella), la firma Riccardo Storti è diventata per me sinonimo di garanzia. All’interno di un microcosmo critico-musicale diviso (sempre più) tra velinari e (inutilmente) cerebrali, le analisi di Storti risultano puntuali come orologi svizzeri e colorate come tulipani olandesi, se mi passate le metafore geografiche, a rendere l’idea della portata saggistica dell’autore. Nemmeno un canzoniere “difficile” e vastissimo come quello di Battiato ce ne può: metabolizzato e illustrato con acume in 100 pagine come da format della collana (“Fisiognomica di un cantore, Franco Battiato in 100 pagine”, Aereostella, 2012). Poi, a giudicare dall’entusiasmo che ci mette, ho l’impressione che pure Storti, tra le righe, “penda” dalla parte del musicista prima e seconda maniera (quello sperimentale e quello finto-pop): si addentra nella selva oscura di rimandi, letture, congetture, sottese alle sue canzoni, uscendone indenne come il più smagato degli esploratori. Intendiamoci, non è che poi si tiri indietro al cospetto dei dischi con Sgalambro (ci mancherebbe: il Battiato meno ispirato è anni luce superiore al migliore dei "prodotti" da talent show), ma l’analisi suona un po’ più di circostanza e peraltro addita onestamente, qua e là nelle canzoni, diverse ombre.
Ultima cosa in ultimissima analisi: non lasciatevi fuorviare dal - contenuto - numero di pagine: questo libro è molto più che una guida usa-e-getta a beneficio di neofiti e/o lettori frettolosi, ma un saggio a tutti gli effetti - senza fronzoli né autocompiacimenti - su uno degli artisti più complessi e originali al mondo. Solo in prospettiva di possibili ristampe (che auguro a Storti di tutto cuore) segnalo un refuso (si ripete due volte, a pag. 21 e a pag. 41, tra le “cronoannotazioni”): il capo "storico" delle Brigate Rosse si chiama Renato e non Mario Curcio. Succede anche nelle migliori famiglie e non inficia sul giudizio complessivo del libro: ottimo.

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