

Io e Dewey
- Autore: Vicki Myron e Bret Witter
- Genere: Storie vere
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Sperling & Kupfer
“Rigorosamente riservato a chi ama gli animali in generale ed i gatti in particolare”, potrebbe essere il sottotitolo di questo libro, anche se già il simpatico e un poco malinconico musetto del protagonista che ci fissa dalla copertina racconta molto di quello che potremo trovare sfogliando le pagine di questo volume. “Io e Dewey” non è un romanzo, ma una storia vera, che, come tutte le storie vere, paga il suo prezzo in termini di una certa schematicità sia dello stile narrativo che della trama, se di trama, in definitiva, si può parlare. La piuttosto lunga vita di Dewey (19 anni non sono esattamente pochi, per un gatto) non è, infatti, scossa da chissà quali avvenimenti estremamente gioiosi o tragici, ne’ da grandi colpi di scena. E’ la vita di un gatto, simile a quella di molti altri gatti salvati per miracolo che si sono poi attaccati con riconoscenza ai loro salvatori, dispensando affetto e fusa per il resto della loro esistenza. Gatti speciali per i loro padroni, ma assolutamente ordinari in confronto a gran parte dei loro simili. Non è neppure raro che librerie o biblioteche ospitino fra i loro scaffali un gatto, poco attratto dai libri ma molto interessato ai topi, nemici giurati della carta stampata. Perché dunque tanto interesse intorno a Dewey Readmore Books (letteralmente “Dewey Leggetepiù Libri”)? Perché i documentari ed i servizi televisivi? Perché scrivere addirittura un libro su di lui? Forse perché Dewey ha fatto un doppio miracolo. E’ sopravvissuto in condizioni per lui estreme, ma abbastanza da essere tratto in salvo. E soprattutto ha attratto in biblioteca, solamente con il suo esserci, molta più gente di quanto non avessero fatto fino ad allora tutte le iniziative e le attività organizzate dallo staff. In una cittadina come Spencer, un posto di gente semplice votata al lavoro ed alla vita senza fronzoli, Dewey ha “reclamizzato” la cultura. Il rapporto di cordialità fatto di fusa e coccole che Dewey intratteneva con i vari utenti della biblioteca non conosceva parzialità da parte sua, eppure ciascuno di loro era convinto di essere “l’eletto”, “il prescelto”. In realtà Dewey, con la sua sensibilità felina, percepiva chi in quel momento aveva più bisogno di lui. Non a caso le sue attenzioni si moltiplicavano quando veniva a contatto con bambini problematici, ai quali la vita non aveva voluto concedere la salute e la “normalità” dei loro coetanei. Potremmo definirla freddamente una sorta di “pet therapy”, ma ci sembrerebbe di non rendere giustizia a Dewey, di declassarlo quasi a semplice medicinale, neanche fosse una scatola di pillole.
La storia, oltre a soddisfare pienamente gli amanti dei gatti, è sicuramente interessante, anche se la narrazione non si può certamente annoverare fra i capolavori. “Io e Dewey” è un libro semplice, scorrevole, senza grande impegno e senza grandi scossoni, il cui principale limite è certamente la mancanza di approfondimento dei personaggi e delle situazioni. Si tratti delle “prodezze” commoventi e spesso buffe di Dewey, dei fatti riguardanti la famiglia dell’autrice o di alcuni cenni di storia o cronaca riguardanti la cittadina, orgogliosa ed ancorata al proprio passato, i fatti vengono presentati quasi come episodi staccati, legati dall’unico filo conduttore costituito dalla biblioteca e dal suo ospite felino. D’altronde, lo scopo della scrittrice non era quello di produrre un capolavoro, ma di far conoscere al mondo la storia di Dewey. In questo senso, direi che è riuscita nel suo intento.

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