

La bambolaia
- Autore: Giuseppina Manin
- Categoria: Narrativa Italiana
- Casa editrice: La nave di Teseo
- Anno di pubblicazione: 2025
Giuseppina Manin, valente giornalista e scrittrice, esperta di musica, cinema e teatro di cui avevo recensito un bel libro su Claudio Abbado, Nel giardino della musica (Guanda, 2015), pubblica ora con La Nave di Teseo un romanzo davvero coinvolgente, La bambolaia.
Siamo a Monaco di Baviera, nell’anno cruciale 1918. Finita la guerra, la città, una piccola Montmartre, vive una vita culturale densa di presenze significative; nei suoi caffè è possibile incontrare Klee, Kandinsky, De Chirico e suo fratello Savinio, ma anche i più grandi scrittori del momento, Wedekind, Rilke, Brecht, Thomas e Heinrich Mann. Passano in città anche i giovani Lenin e Trotskij, per confermare la vocazione culturale della città, dove si è stabilita anche la famiglia ebrea Moos, in una bella residenza in stile Art déco: i genitori, Max e Sofie, e le due figlie, Hermine e Henriette.
La prima, la protagonista del romanzo, è un’artista singolare: costruisce preziose bambole, fornite di abiti, capelli, gioielli ed espressioni che contribuiscono a farne oggetti molto apprezzati. Hermine ha appena esposto con successo i suoi manufatti alla galleria Richter, e proprio lì avviene l’incontro con l’altro personaggio centrale di questa storia singolare; il pittore Oskar Kokoschka, cognome impronunciabile, che nel corso della narrazione sarà chiamato con la sua sola iniziale, il signor K. Il pittore, che insieme a Grosz e Klee si sta affermando nella temperie culturale del momento, viene da una delusione amorosa terribile, che rischia di farlo impazzire: è stato lasciato dalla donna più bella, amata, esaltata del momento, Alma Mahler.
La mia Alma, la mia anima, dopo tre anni di paradiso e inferno, mi ha lasciato e non tornerà [...] Senza di lei non riesco più a vivere.
Queste dichiarazioni strazianti preludono alla folle richiesta che l’artista rivolge alla stupefatta Hermine: dovrà costruire per lui una bambola, a grandezza naturale, che riproduca fedelmente le fattezze, l’incarnato, gli occhi, la bocca, le parti intime e l’espressione della donna perduta, amata, rimpianta. Richiesta assurda che tuttavia sollecita l’amor proprio dell’artista, che accetta di mettersi all’opera.
Il signor K vive a Dresda, e così comincia uno scambio di lettere e di tempestose visite tra i due per seguire il percorso che deve portare la “bambolaia” Hermine a compiere il prodigio richiesto della follia del pittore. La costruzione della bambola è una vera gestazione, nove mesi, che coinvolge Hermine Moss, aiutata dalla sorella Henny e dal neurologo Pagel, preoccupati dalla deriva psichica che sembra aver coinvolto la giovane donna. Mentre nel salone dove lavora si accumulano materiali, stoffe preziose, colori, imbottiture, capelli, in un crescente delirio dovuto alle richieste ossessive del signor K che trovano in Hermine delle risposte altrettanto ossessive, mai contenta del lavoro sulla finta Alma in cui si sta pericolosamente identificando, ma a cui spesso è tentata di rinunciare vista l’angoscia che la bambola le procura, all’esterno in città si stanno verificando fatti drammatici. Un acquerellista da strapazzo, che vende le sue cartoline in giro, con l’espressione folle degli occhi e due ridicoli baffetti, fa proseliti in una celebre birreria di Monaco, dove anche Hermine ha incontrato il dottor Pagel, il suo tramite con Kokoshka.
La grande storia culturale e politica dell’Europa degli anni in cui si sta per affermare l’ideologia hitleriana compaiono e formano lo scenario di questo bel romanzo, colto, ricco di implicazioni psicologiche sulla presenza degli ebrei tedeschi nella società ricca e colta, sul ruolo delle donne, libere e spregiudicate come Alma Maler, mentre si stavano addensando contro le donne socialiste minacce drammatiche, come l’atroce destino di cui è vittima Rosa Luxemburg. Hermine viene raccontata con profonda sensibilità: un’artista originale, una donna ebrea, sola in un mondo maschilista che presto diverrà ostile e pericoloso. La bambola farà una brutta fine, metafora di un mondo destinato a un tragico epilogo.
Tra i personaggi che popolano questa storia vi è anche Mary Shelley, colei che “fabbrica” Frankenstein, il robot che non è uomo ma che minaccia gli uomini con la sua ingombrante presenza. Già negli anni ‘20, un secolo fa, sembra suggerire Giuseppina Manin, bambole e robot minacciavano la sanità mentale degli umani, e la lezione sembra non sia bastata agli uomini di oggi, in grave pericolo anch’essi.

La bambolaia
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