

Il sentiero tra le risaie
- Autore: Cinzia Panzettini
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Narrativa Italiana
- Casa editrice: Corbaccio
- Anno di pubblicazione: 2025
Il sentiero tra le risaie (Corbaccio, 2025) di Cinzia Panzettini è il romanzo d’esordio della giornalista freelance e scrittrice piemontese, segnalato all’edizione 2023 del Premio Italo Calvino.
A chi è meno giovane la risaia, terreno coltivato a riso, configurato in una serie di riquadri allagati delimitati da ripe e arginelli, fa pensare al film drammatico “Riso amaro”, diretto da Giuseppe De Santis con Silvana Mangano, Vittorio Gassman e Raf Vallone. La pellicola in bianco e nero è del 1949, lo stesso anno nel quale si svolgono le vicende del romanzo, dove è facile immaginare che la protagonista, Loredana Lunardon, abbia la stessa bellezza statuaria di Silvana Mangano, le splendide e provocanti lunghe gambe immerse nella risaia.
Nel vercellese il lavoro delle mondariso è sfiancante, ma è l’unico modo per sopravvivere e portare qualche soldo a casa, in un Paese che è uscito sconfitto dalla guerra e i cui abitanti, ispirati da una comune visione, si stanno rimboccando le maniche. La Lunardon, contadina ventiduenne di Occhiobello, Rovigo, era bella:
Oh, se lo era, ma se di belle figliole ne avevamo viste tante, nelle stagioni della monda, ce n’erano di quelle che avevano anche altro.
Parlare di fascino per una contadina di poco più di vent’anni e con quella parlata veneta magari era troppo, ma la statura, le forme e la camminata erano notevoli. Di carnagione pallida, la Lunardon portava i capelli, tra il biondo e il rosso, mossi e pesanti, tenuti sulla nuca alla meglio con le forcine; le scappavano da tutte le parti senza darle un’aria disordinata e profumavano di sapone da bucato. Aveva un viso largo, begli zigomi, il naso piccolo e una bocca grande e rosa; alta, come gran parte delle venete, aveva la vita sottile, il seno abbondante e due fianchi e un sedere notevoli.
Ecco perché il suo arrivo a Rondò di Risera aveva fatto scalpore sin dal momento in cui era scesa dal rimorchio dell’ultimo trattore di mondine arrivate per la stagione. Smontata con un salto e recuperato il suo misero bagaglio, si era messa a posto la gonna sui fianchi e se l’era spazzolata con le mani per pulirla dalla polvere. Poi si era aggiustata alla buona i capelli e i seni nel reggipetto, manovrandoli da sopra la camicetta senza tante cerimonie, in un gesto che nessuna donna del posto avrebbe mai osato nemmeno accennare. Dopo aver tirato su la sua valigia scassata, aveva seguito le altre lavoranti verso i dormitori, con quella camminata che era un dono di natura.
Quella lì cerca rogne.
Con una prosa accattivante, l’autrice descrive un mondo che non c’è più ma che ancora affascina e dove bastava poco per essere felici. È l’Italia della provincia targata anni Cinquanta, ritratta con simpatica ironia.
Rondò era circondata da risaie a perdita d’occhio e non contava più di duecento anime. Il posto era silenzio e desolazione, fatta eccezione per un mese l’anno, nella stagione della monda, quando vi arrivavano quasi millequattrocento mondariso, che si distribuivano tra la Granda del Beltramino, la Contenta degli Aglietti, la Santina e la Nina.

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