

L’immagine e il sogno
- Autore: Luciano Valera
- Categoria: Poesia
- Anno di pubblicazione: 2014
Ho scritto nomi sull’acqua di un fiume…
E’ una bellissima immagine questa, di Luciano Valera, contenuta nella raccolta poetica intitolata L’immagine e il sogno, in cui con leggiadria, si mescolano sollievo e speranza. I nomi impressi sull’acqua che non lasciano segno ma restano custoditi nel cuore di chi li ama.
Il tempo diventa una nave che non sa dove andare, le stelle sono strade che si fanno attraversare dall’invisibile e tutto sembra distante e perduto finchè non arrivano le parole, i versi, capaci di poetare l’esistenza umana. Sopraggiunge, così, anche la comprensione, la dolcezza del vento che rende finalmente respirabile l’aria che si riempie di poesia e quindi di vita.
Nella notte/il silenzio è deserto/le stelle pagine lucenti/di un libro già letto/in mezzo all’universo.
Temi cari al poeta ritornano perché legati alla natura e inesorabilmente all’animo umano. La notte e le sue stelle sovrastate dal silenzio che diventa deserto, sono espressione dell’interiorità delicata e fragile di colui che trascende gli elementi naturali per donargli una vita propria, emozioni e sensazioni legate all’esistenza fatta di cuore e mente, di pensieri e sogni. Le parole sono un costante richiamo che inonda e riempie gli angoli più vuoti delle pagine poetiche, talora mute, altre volte stridenti, ma senza di esse nessuna vita sarebbe possibile. Il sole non s’incendierebbe e non ci sarebbe nessun calore in quelle mani da stringere e sentire. (L’attimo è una eternità).
Una poesia carica di consapevolezza e risentimento è quella dedicata a Yara Gambirasio, intitolata "L’uomo è terra ed acqua".
Gli elementi naturali ancora una volta si confondono con l’uomo e la sua sacralità. Una sacralità perduta nel momento in cui le mani umane s’impongono di dare la morte. E allora non servono più gli insegnamenti di Dio a mostrarci come amare e rispettare l’altro. Tutto si perde in un limbo infinito in cui l’uomo non è altro che terra ed acqua. Lo era all’inizio e tornerà ad esserlo inesorabilmente nei secoli dei secoli perché neanche più l’involucro regalatogli in nome dell’amore, unico vero custode del dono di amare, potrà più proteggerlo dalla profanazione del male.
Notte, luna, terra, silenzio, pensiero, immagini di donne, labbra e parole. Anima e versi che si succedono in simbiosi, che s’intrecciano rendendo la vita un viaggio che resta in attesa della propria meta. (Voglia di partire).
Luciano Valera realizza la propria arte anche rapportandosi ad un grande pittore della nostra storia napoletana: Antonio Bertè. Ed è in questa unione di versi e colori, di penna e pennelli, di inchiostro e tela bianca che nascono poesie in cui l’Arte si compenetra per dare vita ad una commistione di forme e di visioni che raggiunge i più alti gradi dell’immaginazione. La tela del pittore che diventa tutt’uno con la pagina bianca del poeta e tutto si trasforma in un intenso libro della vita.
La stessa mano, fatta di arte e sporca di inchiostro così come di colori, dipinge e scrive terra, cielo e uomo con la stessa melodia, la stessa speranza e capacità immaginativa.
I racconti poetizzati degli attimi in cui il pittore culla silenzioso la sua tela, sembrano istantanee di un tempo senza via di fuga. Un tempo immobile che ha reso immobile anche quel ricordo privo di rassegnazione. Anche dopo la sua morte (Antonio Bertè è morto nel 2009), i colori dei suoi fuochi pittorici continuano a brillare restando accesi negli sguardi di chi si ferma ad osservare.
La poesia di Valera è così intima che va nel profondo e scava il pittore che si sveste della sua arte per diventare un uomo che raccoglie la sua solitudine.
Così tu descrivi l’uomo/quello che conosci, e/quello che è in te/e non nascondi./Così lo mostri nudo/su una tela bianca.
Attraverso i titoli delle poesie dedicate alla pittura di Bertè, si possono cogliere elementi equidistanti che si ripetono, collegandosi ad un unico tema comune: la visione dell’uomo e del pittore usando a parole i suoi stessi strumenti, colori, linee e scene immagnifiche.
Nella poesia “Il crocifisso” emerge il tema del male come in “Un Dio per tutti” quello dei colori dell’artista, incastrati nel nero e nel rosso, nel blu e nel bianco, rendendo travolgente l’immagine che sembra intendere una lotta verso il cielo, muta di bestemmia e di pietre che non feriscono mai l’aria ma la rendono densa di preghiera verso quel Dio “che perdona alzando gli occhi al cielo.”
In “Uscendo all’alba” i versi sono come un soffio che sussurra lieve la visione del pittore nel pieno della sua furia creativa. Un pittore colorista, “perdi pittura da una tasca rotta.”
Una visione che diventa incandescente così com’è incandescente la sua ispirazione, serva inequivocabile dell’arte. Un artista furibondo che lotta contro i mortali, che si erge ad eroe della sua stessa creazione, nella cui anima però manca sempre qualcosa.
Dopo la testimonianza di questa immensa condivisione artistica, il compendio poetico continua il suo viaggio, accompagnando l’anima di chi legge in mezzo al mare, alle preghiere e alla gente.
Ogni aspetto della natura può diventare foglio, inchiostro e racconto. Persino il cielo diventa “un foglio immenso -fatto di aria- che attende parole giuste per essere riempito.”
Illusioni d’amore si confondono ai moti dell’essere creando fili invisibili di emozioni legate tra loro dai pensieri custoditi come segreti che dispiegano le loro ali invisibili nella notte.
Nel buio della notte/sentire i tuoi occhi/con la loro luce/leggo pensieri/li metto accanto ai miei/parlano di astri,/pianeti, fuochi accesi.
Anche il dolore bussa alla porta dei versi, in tutta la sua inorgoglita presenza e diventa l’artefice di una prigione di nero luminoso, in cui le uniche parole pronunciate sono quelle della solitudine inevitabile.
Il poeta è un silenzioso vagabondo della notte che ha come compagni eterni il buio e l’assenza, le stelle che gli riempiono da lontano lo sguardo e la luna che gli scaccia di dosso tutta la polvere delle parole dimenticate. Ed è così che nuovamente spoglio può vestirsi, di nuova terra e di nuovo mare, di un nuovo mondo, imperitura linfa vitale.
La poesia è un cercare costante l’equilibrio delle emozioni che non trovano mai pace. L’anima poetica è per natura inquieta, amante del silenzio, compagno muto della luna e fin troppo spesso triste condottiero di battaglie al limite del sogno. Da queste liriche emerge una poesia di delicatezza e di suono, di ricamo delle parole, per creare un infinito che dell’uomo si fa beffe.
Il poeta non racconta solo di “canzoni e rabbia” ma anche di desideri e fantasie che conducono spavaldamente verso quelle isole non dette che approdano tra le mani e nei capelli dell’amata.
Perché il viaggio dell’amore è infinito, è un “cercami in te, nei tuoi silenzi, nelle parole che pensi e non dici” ed è eterno.
Tutto diventa uno splendido riflesso di quell’immagine che non è altro che il sogno che si apre verso orizzonti mai visti, con gli occhi di colui che dall’inquietudine crea una tempesta, anche se intima, che è suprema verità e vita, perché l’anima non è altro che “una porta che aspetta di essere aperta.”
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: L’immagine e il sogno
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