

Naiver
- Autore: Stefano Lorefice
- Categoria: Poesia
- Anno di pubblicazione: 2025
In Passeggeri solitari avevo definito Stefano Lorefice un instancabile flâneur, con i suoi viaggi annotati sui taccuini, i suoi pensieri, gli incontri, le sue impressioni. Gli occhi di Stefano non sono cambiati, rivolgono ancora lo sguardo a paesaggi unici e a mondi interiori, portando con se un bagaglio di ricordi. È la sua poetica, in versi e in prosa, che nasce dalla sua scrittura, nelle descrizioni d’ambiente, la letteratura di puro paesaggio che si identifica anche nella passione per la fotografia con il potere evocativo delle immagini. Stefano Lorefice vive sul lago di Como dove è nato e ha pubblicato raccolte poetiche e di racconti. Si occupa di scrittura e di fotografia.
In Naiver (significa nevicare), edito nel 2025 da La Gru, i luoghi descritti dal nostro autore sono in vetta, il più grande ghiacciaio svizzero nel massiccio alpino del Bernina, un colosso che borbottando e scricchiolando se ne sta andando via. Il suo è un rapporto particolare con lo spazio, e in questa sua nuova avventura letteraria volge il suo sguardo alla montagna, alla valle intorno e alla roccia alle spalle, la cui presenza si avverte. Osservare, guardare e considerare con attenzione è ciò che saprà raccontare il nostro autore nei suoi scritti: luoghi alpini, storie di frontiera, leggende di strane creature, e stagioni feroci dell’amore. Osservare posando lo sguardo sull’autista dello spargisale nel suo turno di notte, in una notte di attraversamenti dove si sente il vero suono della neve. Nel percorrere un vecchio sentiero nel bosco con il suo scrigno di storie che si tramandano e con il suono dello sfregare del ghiaccio sulle rocce, un’azione implacabile e incessante. Osservare il ghiacciaio, ere ed ere di rocce e montagne che un tempo erano rivolte al cielo. La potenza del vento, i massi a strapiombo sui sentieri, le vie che conducono alla vetta con il costone che cambia colore alla luce del tramonto. Pareti di ghiaccio che prima e poi spariranno, il tutto eroso dal tempo e dai cambiamenti climatici. La leggenda del Gigiat, mezzo uomo e mezzo cervo, che si muove nel fitto del bosco, che ama stare in alta quota e conosce ogni roccia, ogni ruscello, ogni villaggio. L’uomo ha faticato non poco nel portare lassù le cose a spalla...
Nelle righe delle mani
nascondi il teatro naturale
degli anni passati
fra laghi alpini,
malghe e forre.
Ti consola il canto
in alta quota di certi venti
impareggiabili da sud,
è certo che anche a valle
le genti vivano,
è certa qui l’ultima resistenza
dell’inverno
fra seracchi, crescioni e cenge.
E poi c’è il tempo giusto, dai ritmi lenti, per continuare la propria strada tra paesaggi meravigliosi. Lungo una via sterrata si incontrano ruderi e case abbandonate, diroccate. Ecco un’insegna dondolante all’entrata di quello che doveva essere un’osteria: è la memoria che resiste. Qua e là i nomi delle vie sui muri di ciò che restano delle case, muri anneriti dalla fuliggine e “dal silenzio di non abitare”. E i vigneti inghiottiti dal bosco, così si distendono le cose, dopo anni di abbandono: raggiungono un loro equilibrio. “Scricchiolano anche i ricordi di quelli che un tempo abitavano la contrada”.
A te lascio quel poco di silenzio che mi resta,
le nuvole su queste montagne a mezzacosta,
la neve che scende quieta
senza sosta,
la pioggia che bagna queste strade
e nessuna risposta,
che possa dirti ciò che uccide
come barca ancorata in riva opposta,
un mulinello di correnti che irride
e segue la sua pista,
ma si capisce fin da subito che lo fa apposta.
Saper guardare oltre, saper posare lo sguardo per un tempo più lungo tra le vette con la neve perenne e dentro sé stessi, tra i crinali crudeli dell’amore, ricordando, come ha scritto Johann Wolfgang von Goethe, che i monti sono maestri muti, e fanno discepoli silenziosi.

Naiver
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