

Nell’opera Museo d’ombre (Palermo, Sellerio, 1982), dedicata al padre e alla sua ombra, contro i soprusi del tempo e lo scempio dell’uomo, Gesualdo Bufalino sviluppa con forza evocativa gli argomenti già presenti nel volume Comiso viva (1978). Esplicito l’intento:
“Redigere punto per punto il catasto affettivo e il ritratto fantastico-storico di una comunità e di una remota giornata di mezzo secolo addietro.”


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Fra le molteplici motivazioni, vi si può scorgere il bisogno di tributare un omaggio alla civiltà dei padri attraverso la ricomposizione di una storia collettiva, ingiustamente ritenuta minore rispetto ai grandi eventi diplomatici e politici. Oltre alla testimonianza della cultura del vicolo e del cortile, si può riscontrare una pacata protesta contro l’incalzare d’una realtà abbastanza diversa da quella desiderata. Lo scempio della natura e il degrado delle città, l’omologazione ad alta velocità dei costumi, la scomparsa repentina di sicurezze formatesi entro una fitta rete di identità collettive erano da lui vissuti certamente in modo inquietante, giacché ponevano in crisi il mito del paese. Il filo conduttore resta dunque il ricordo della realtà perduta e ritrovata in un ampio ventaglio di sentimenti capaci di suscitare emozioni e consapevolezze. Tocca le corde del cuore l’introduzione dall’aria proustiana dove lo scrittore afferma di sentirsi legato alla persona del suo paese, “città teatro”, situato fra i monti Iblei e il mare, luogo di intimità in una complicità di sangue:
“La mia stupida Itaca da cui non sono partito”.
Sono acquarelli le descrizioni che mostrano la fisionomia di un’identità valevole per ogni paese dell’Isola e fuori, dato che ciascuna comunità ha riti e costumi, luoghi e tipiche oralità. È al fascino evocativo della parola che lo scrittore affida le cose amate per sottrarle alle macerie dell’oblio; una dimensione immateriale le caratterizza come “ombre”, rivissute tra incanti e stupori resi magici dalla connotazione stilistica (il lessico, la sintassi, il ritmo, la metafora…). Bufalino mostra di essere in linea con il nuovo indirizzo storiografico della Scuola des Annales, affermatosi particolarmente negli anni Cinquanta e che prende il nome dalla rivista fondata nel 1929 da March Bloch e Lucien Febvre. Richiamando il senso della storia, guida infatti il lettore a vivere un’esperienza coinvolgente:
Storia non è solo quella conservata negli annali del sangue e della forza; bensì quella legata al luogo, all’ambiente fisico e umano in cui ciascuno di noi è stato educato. Storia è il gesto con cui si intride il pane nella madia o si falcia il grano; storia è un nomignolo fulmineo, un proverbio cattivante, l’inflessione d’una voce, la sagoma d’una tegola, il ritornello d’una canzone; tutto ciò, infine, che reca lo stemma del lavoro e della fantasia dell’uomo. Materia che deperisce prima d’ogni altra cosa e di cui nessuno, quasi, si cura di custodire i reperti.
Da qui, parafrasando Cartesio, egli conia il sapienziale “Memini ergo sum” per situarsi nel solco della letteratura memoriale. Del resto i Greci avevano considerato “Mnemòsine” madre delle nove Muse, come a voler dire che la creatività deriva dalla memoria. Il bisogno di salvaguardare il senso d’appartenenza fa dire allo scrittore:
“Una civiltà è specialmente la ricchezza dei suoi mestieri”
Difatti il sipario si apre con la presentazione di mestieri scomparsi: il lampionaio, il venditore di lupini, il racconciatore di ombrelli e piatti, il maniscalco, per citarne alcuni. I personaggi non sono eroi o antieroi dei romanzi e non hanno la notorietà della cronaca. Vivono nei loro quotidiani comportamenti entro una cellula autosufficiente, e di ciascuno è limpidamente rievocata la particolare fisionomia fatta di mimiche, di abbigliamenti, di strumenti di lavoro e linguaggi (i modi di dire, le locuzioni vernacolari o tradotte in lingua). Lo scrittore così interagisce con personaggi del cosmo paesano ormai assenti: uomini e donne che hanno contribuito a configurare “l’anima del villaggio”.
Di competenza erano ricche le botteghe artigiane, centri regali di alta cultura tecnologica; scorrono davanti agli occhi medaglioni sul lavoro del microcosmo socio-economico e valoriale unitamente a figure e voci che offrono l’immagine della Sicilia laboriosa e produttiva nel contesto d’una forte alleanza tra città e campagna. Si susseguono, poi, i luoghi d’una volta, quelli “che cambiano più presto d’un cuore umano”.


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Dickens, che Bufalino cita riportandone un breve brano, ne La bottega dell’antiquario aveva scritto:
Sono tanti i mutamenti che avvengono in pochi anni, e così svaniscono le cose, come un racconto ormai raccontato.
Gesti e mimiche, abbigliamenti e linguaggi, contegni e aneddoti di commozione o di scherzo caratterizzavano dunque i personaggi che esercitavano le loro attività in spazi chiusi (le botteghe dove il “mastro” era considerato come un “re”) o in luoghi aperti “col consenso del sole, della pioggia, del vento”: nelle botteghe, veri e propri regni, il sovrano era il “mastro”, cioè colui che, accumulata una secolare esperienza, dava prova di estrema bravura per trasmetterla agli apprendisti che lo consideravano un re demiurgico.
Ricorda ’U pitturi ri carretta (Il pittore di carri), descritto con un mirabile flash che incanta e fa volare in magiche atmosfere:
Reali di Francia, chi vi può scordare? All’aperto, sulle spallette dei carri, Mastro Peppino Samperi governava la vostra sorte, lavorando di spolvero e pennello sotto i nostri occhi abbagliati. Con due assi messe in croce ci forgiammo una durlindana; in sonno colpimmo al cuore mille orche e mille dragoni, liberammo Angeliche dai lungi capelli, patimmo la frode di Gano, morimmo circondati a Roncisvalle. Al risveglio, dietro l’uscio, l’Ippogrifo non c’era più.
La scrittura suscita sentimenti nel gioco di straniamenti spazio-temporali e Bufalino si rattrista quando sperimenta il sentimento della perdita di luoghi e di affetti:
“E la morte di un luogo è triste quanto la morte di un uomo”.
La malinconica nostalgia lo induce anche a ripescare locuzioni adottate nel linguaggio scurrile e cameratesco, aneddoti, profili umani e abitudini. Inesauribile il museo d’ombre che ha a che fare con l’occhio e con il cuore, mossi dal desiderio di ridare esistenza a tutto quello che irrimediabilmente è perduto (il “Riessere”, sogno accarezzato). L’inventario della tradizione è un dizionario fantastico del paese e fa rivivere il passato d’una Sicilia animata da forze contrarie e complementari. In nome di “Eros” la vicenda umana si svolge quasi in un luogo edenico; ma quando “Thanatos” prende il sopravvento, la vita rivela sofferenze e si manifesta come una inarrestabile corsa verso il nulla. Eros e Thanatos, dunque: voci consonanti e dissonanti entro le quali si scandiscono i ritmi vitali.


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Da questa antinomia prende titolo il volume La luce e il lutto (Sellerio, Palermo, 1988), il cui scopo è di mostrare i nuclei costitutivi dell’identità della Sicilia in uno con le qualità positive e negative del siciliano. Muovendo da una riflessione sulla storia dell’Isola fatta di impronte culturali contrastanti, che vanno dal razionalismo europeo al magismo africano, lo scrittore inizia un singolare viaggio invitando il lettore a parteciparvi:
Salite a bordo di questa area triangolare di sasso che galleggia sulle onde dei millenni. È scampata a tante tempeste, sopravviverà ai missili… E mettetevi in tasca un vocabolario greco: potreste incontrare, emersa dalle acque e vogliosa di scambiare due chiacchiere, Afrodite Anadiomene...
Non è l’indagine storiografica a interessarlo quanto le sensazioni che egli suscita. L’invito è diretto alla conoscenza della Sicilia, composita e diversificata. Molteplici le fisionomie:
Vi è la Sicilia verde del carrubo, quella bianca delle saline, quella gialla dello zolfo, quella bionda del miele, quella purpurea della lava. Vi è una Sicilia “babba”, cioè mite, fino a sembrare stupida; una Sicilia “sperta”, cioè furba, dedita alle più utilitarie pratiche della violenza e della frode; Vi è una Sicilia pigra, una frenetica; una che si estenua nell’angoscia della roba, una che recita la vita come un copione di carnevale; una, infine, che si sporge da un crinale di vento in un accesso di abbagliato delirio...
La consapevolezza dell’“Anagrafe difficile” del “Siciliano Assoluto”, il cui identikit è fissato in quattordici punti (dal pessimismo della volontà al razionalismo sofistico; dal sentimento del teatro allo spirito mistificatorio; dall’estremismo delle parole all’iperbole dei gesti…), si accompagna alle qualità rinvenibili nelle diverse fisionomie che si sono configurate nel corso delle varie dominazioni.


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Tante Sicilie, perché? Perché la Sicilia ha avuto la sorte di trovarsi a far da cerniera nei secoli fra la grande cultura occidentale e le tentazioni del deserto e del sole, tra la ragione e la magia, le temperie del sentimento e le canicole della passione. Comprendere la Sicilia per un siciliano equivale a capire se stesso:
Ogni siciliano è, difatti, una irripetibile ambiguità psicologica e morale. Così come l’isola tutta è una mischia di lutto e di luce. Dove è più nero il lutto, ivi è più flagrante la luce, e fa sembrare incredibile, inaccettabile la morte. Altrove la morte può forse giustificarsi come l’esito naturale d’ogni processo biologico; qui appare uno scandalo, un’invidia degli dei.
La visione è lirica quando Bufalino richiama la bellezza del cielo e del mare, ma nell’insieme l’immagine è sofferta, tormentata e si può cogliere il senso dell’assoluto degrado nel crudo ritratto di Gela, città in cui si trovano “un inferno, un purgatorio, un minuscolo paradiso assediato”. L’entusiasmo riaffiora con la contemplazione del paesaggio marino che ha “la luce d’uno smeraldo”. Le scene si susseguono nell’estetica e nel dramma che sono due componenti dell’animo isolano, il quale, invaso da una dimensione teatrale del vivere, ha un senso immaginifico del vivere alleato con quello scandaloso della morte:
Così continuiamo ad opporre alle abbaglianti vociferazioni del sole la certezza immemorabile che su ogni cosa trionfa il niente.
La semiologia del lutto è ritrovata nei riti della settimana santa in cui è dominante il senso del doloroso nell’intera comunità che solidarizza con “la donna orbata in cerca della sua creatura perduta”. Ma c’è anche il rigoglioso risveglio della natura da Bufalino associato al mito greco del ratto e ritorno di Persefone. Specificamente la luce filtra nella realtà mitopoietica: l’arte dei laboriosi artigiani, in particolare:
Dai ceramisti di Santo Stefano di Camastra e di Caltagirone, che nel solco del passato camminano con passo sicuro, ai segantini di Comiso, abili a trattare il marmo con virtuosità di scultori; dai corallari di Trapani alle tessitrici e merlettaie ericine; dai falegnami bagherioti di bambole e pupi ai fabbri giardinesi di ferro battuto, ai carradori palermitani e catanesi… dovunque telaio e pialla, scalpello e tornio, sotto l’impulso di un braccio femminile o maschile, fanno ancora udire la loro musica propiziatoria, parlano un linguaggio di saviezza e salute in un mondo e in un tempo che per molti versi sembrano averlo disimparato.
Il “tour” d’una Sicilia sconosciuta toglie il fiato e, sprofondando l’animo nello stupore, coniuga immaginazione e realtà. Affascina l’invito a visitare “Ibla” dal fiero carnale barocco, che fa leva sull’intelligenza del turista:
Fatto sta che ci vuole una certa qualità d’anima, il gusto per i tufi silenziosi e ardenti, i vicoli ciechi, le giravolte inutili, le persiane sigillate su uno sguardo nero che spia; ma anche si pretende la passione per le macchinazioni architettoniche, dove la foga delle forme in volo nasconde fino all’ultimo il colpo di scena della prospettiva bugiarda.
L’acme del percorso è a Siracusa, la città classica, dove è possibile assistere alle rappresentazioni delle tragedie di Euripide, di Eschilo, di Sofocle in un’atmosfera di catarsi che fa avvertire l’universalità del mito. La visione della Sicilia, l’isola plurale dai mille volti che è ampia e intrisa di lacerazioni, si svolge, in sostanza, in un susseguirsi di immagini, allucinanti a volte, e di leggende.


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L’innamoramento di Bufalino nasce dall’incantamento:
"Bisognerebbe volarci sopra, sull’isola, e abbracciarla con una sole veduta nel prisma intero dei suoi colori: il bruno delle montagne, il grigioferro delle sciare, il ’colore del vino’ del mare, il giallo delle sabbie, l’insolente azzurro del cielo, il verdecupo dei castagni, il verdeargento degli ulivi, il verdeoro della Conca d’Oro…” (“L’isola nuda”, Bompiani, 1988), volume impreziosito dalle fotografie del ragusano Giuseppe Leone).
Il volo sulla Sicilia ha colori che fioriscono in un’aria di sortilegio e mostra una inesauribile vita.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: La Sicilia dai mille volti nelle opere di Gesualdo Bufalino
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