
Chiudo la porta e urlo
- Autore: Paolo Nori
- Genere: Storie vere
- Categoria: Narrativa Italiana
- Casa editrice: Mondadori
- Anno di pubblicazione: 2024
A novembre 2024, Mondadori ha dato alla luce Chiudo la porta e urlo, ultimo libro di Paolo Nori. A detta dell’autore, il cui stile non ha eguali nel panorama letterario contemporaneo, il volume ha l’aria di essere “un romanzo che non sembra neanche romanzo”. A metà strada tra saggio, memoir, romanzo autobiografico e altro ancora, in Chiudo la porta e urlo Nori semplicemente consegna, ancora una volta, qualche cosa di unico, stupendamente refrattario a ogni definizione. Il titolo del libro fa venir voglia di leggerlo, quantomeno per capire chi sia il “Lello” a cui si accenna nel retro di copertina. Il Lello in questione è Raffaello Baldini, poeta di Santarcangelo di Romagna a cui Nori dedica le sue pagine.
Raffaello Baldini (1924-2005) era uno a cui piaceva la pizza. Quando si parla degli altri, specie di qualcuno che nella storia del mondo un qualche segno lo ha lasciato, si è spesso in preda a un’irrefrenabile smania di partire da quello che ha fatto: il suo lavoro, i titoli delle opere, i premi, i riconoscimenti della critica. Baldini, era uno a cui piaceva la pizza, e che descriveva le cose semplici del mondo, quelle che appartengono a tutti ma di cui non si accorge (più) nessuno. E lo faceva in dialetto, nella lingua della verità: quello romagnolo, che traduceva puntualmente in italiano. Tutto questo, mentre viveva a Milano.
Facciamo un esempio pratico, così ci intendiamo. Avete presente i coglioni? Sì, i coglioni: quelli che pensano di essersi arrogati all’asta il diritto di esprimersi su tutto – e che, soprattutto, ignorano di esserlo. Bene. A proposito dei coglioni, Baldini si esprime così:
I coglioni tu vedi che sbagliano, gli vorresti dare una mano, metterli sulla buona strada, ma siccome sono coglioni non ti stanno a sentire, e tu ti arrabbi, ho capito bene? solo che, secondo me, che sbaglierò, però, da quello che vedo, non ti stanno a sentire perché la buona strada ce n’è tanti che l’hanno già trovata, sono pieni di soldi, case, macchine, tutto, che noi, io e te, sono cose che non le abbiamo, e magari neanche le vogliamo, però loro le hanno, e se le tengono, e io, capisco anch’io quello che vuoi dire, loro danno valore a delle cose che non ce l’hanno, seguono le mode, che noi, se avessimo noi i loro soldi, solo che non li abbiamo, non abbiamo una lira, e io, adesso non arrabbiarti anche con me, ma della volte, non sarà, mi viene da pensare, che i coglioni siamo noi? siamo io e te?
Io, personalmente, difficilmente ho trovato una descrizione così tra le pagine, ma non solo: anche nei discorsi degli uomini difficilmente l’ho trovata. Il retrogusto del vero sale soprattutto alla fine: ma non è che in fondo lo siamo tutti, coglioni? Anche noi, che la coglionaggine la vediamo negli altri? Baldini, del resto, ci aveva visto lungo, ancora una volta, quando sentenziava: la battaglia contro la coglionaggine comincia da noi stessi.
Se vi introduco così Raffaello Baldini, è perché è così che Nori lo introduce al lettore: come un uomo che onora il suo essere uomo più di tanti uomini; come un uomo che invita gli altri uomini a interrogarsi sul perché si corra a perdifiato dietro al mondo se poi alla vista del traguardo o ci si sente persi, o ci si sente soli. Nel peggiore dei casi: tutti e due. Nel migliore: dei coglioni.
Nori, all’irraggiungibile ricerca dell’uomo, non toglie affatto valore a quanto si può leggere sulle prefazioni ai testi di Baldini o più banalmente su Wikipedia. Non manca, infatti, di ricordarlo come il giornalista per "Panorama", come l’autore di raccolte poetiche note e amate dalla critica quali E’ solitèri, La nàiva, Furistír o Intercity, nonché di monologhi teatrali tra cui spicca La fondazione. Solo, non è tutto. Di sicuro, non abbastanza per interrogarsi sulla complessità di un uomo, prima che di un poeta. Ecco perché ci sono almeno due motivi per leggere Chiudo la porta e urlo: il primo, è per Baldini; il secondo, è per Nori, per quello che di Nori c’è nel libro su Baldini.
Nori, lo si sa, ha un modo di scrivere che è suo soltanto, nel senso che è riconoscibilissimo: tanto immediato che ti arriva dentro diritto, senza inutili archi, sul cuore. Forse perché non ha la pretesa di farlo ma lo fa e basta. Quando Nori scrive degli altri ci trascina dentro frammenti di sé, della sua storia, di sua nonna Carmela, di Togliatti, di Battaglia, e via dicendo. Ha fatto così con la biografia di Dostojevskij Sanguina ancora (Mondadori 2021), con Anna Achmatova in Vi avverto che vivo per l’ultima volta (Mondadori 2023). Così fa anche con Raffaello Baldini.
Qualcuno potrebbe domandarsi il senso di scrivere di sé mentre si racconta degli altri. Chi ha letto almeno un libro di Paolo Nori ha a disposizione un paio di risposte. Io, qui, vi dico giusto la prima che mi viene in mente: la curiosità. Nori, col suo modo di raccontare, incuriosisce, ti fa venir voglia di leggere. Questo, intanto, ti fa arrivare alla fine del libro. Poi, una volta che alla fine del libro ci sei arrivato, ecco che lo capisci da solo perché è così importante parlare di sé mentre si racconta degli altri.
Col suo ritrovare sé stesso tra le righe di Baldini, Nori non fa che cogliere quanto accomuna tutti quelli che hanno bisogno di poesia: l’urgenza di riconoscersi in un altro, un altro che l’ha sentito prima di te. Una poesia, del resto, a che serve? A parlare alla tua storia, ai tuoi non detti, alla tua zona d’ombra. È per questo che se ne ha l’esigenza: grazie a un poeta, non ti ritrovi più solo. Solo non eri capaci di esprimerti ed è per questo che qualcuno lo ha fatto per te. Solo eri troppo rannicchiato su te stesso, mentre correvi dietro alla vita.
Questo Nori lo esprime alla grande nel suo libro, quando ricorda, trasformandosi nell’Oblomov che del resto ha tradotto e che un poco gli appartiene: Ma quand’è che si vive? La risposta gli viene proprio da Baldini, dalla poesia “Luglio”, dove si descrivono alcuni uomini che giocano a tressette con le carte: uno di loro, non riuscendo a trattenersi per la contentezza di avere tra le mani la carta giusta, dà una botta sul tavolo che fa tremare tutto.
Io, mi ricordo benissimo, quand’ero un ragazzo che mi chiedevo Ma quand’è che si vive? Ho passato degli anni a chiedermi Ma quand’è che si vive? E ancora adesso, ogni tanto, me lo chiedo, Ma quand’è che si vive? Che è proprio una bella domanda: Quand’è che si vive? Ecco. Nella poesia di Baldini, Luglio, quel momento lì che lui picchia la carta, il vino traballa nei bicchieri, la cicala per la paura smette di cantare, e l’aria “è diventata così leggera che sul crocicchio s’è sentito pigolare il campanello arrugginito di una bicicletta, e laggiù, ma lontano, volare un aeroplano sopra il mare”; in quel momento lì si vive. Succede una cosa semplicissima, incredibile e meravigliosa: si vive.
Se Baldini è un poeta – e lo è veramente – il Baldini di Paolo Nori è qualche cosa di più. È un abitacolo che ospita i dettagli che sfuggono, quelli che lo sguardo disattento che accomuna tutti noi – coglioni – ha smesso di cogliere, andando dietro a qualcosa che facilmente dimenticherà. Con la profondità della sua analisi e quella buona dose di sé che ci riversa, Nori allena il lettore – lo fa lui, per primo – a indugiare di fronte a una poesia, a leggerla alla luce del suo scopo primo, quello più autentico, forse perduto: parlare a noi, di noi. E tutto questo – per citare un po’ Baldini e un po’ Nori, che a fine libro appaiono quasi inscindibili in un’unica anima – a cosa serve? Io non lo so, a cosa serve. Quello che so, è che mi ha commosso.

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