
E sia
- Autore: Grazia Procino
- Categoria: Poesia
- Anno di pubblicazione: 2019
La vita è simile alla tragedia greca che pone l’uomo, il singolo, di fronte al destino. Tanto suggerisce il titolo della bella silloge di Grazia Procino E sia (Giuliano Ladolfi editore, 2019, pp. 80), con prefazione di Giulio Greco.
I versi sono strutturati secondo lo schema antico, consistente di un prologo e di un epilogo, al cui interno stanno le vicende, commentate dal coro. Ma se nel mondo greco ancora lo sguardo e l’intervento degli dei olimpici rassicuravano riguardo a un ordine prestabilito, a un’armonia non spezzata e sprezzata, qui nella realtà postmoderna, di cui questo libro è testimonianza epocale, è l’uomo che deve ricostruire se stesso e il mondo, ridare ordine alle cose, essere cosmo e non caos. Ciascuno deve esserne il fautore. Così suggerisce l’esergo del testo, nel quale l’individuo che è donna, si erge nobilmente da un terreno ingrato, con il suo colore, la sua indomita unicità:
"Non mi ha mai sfiorata / il desiderio di essere come tutti / io papavero ai bordi / di un asfalto al catrame ".
Il pronome personale si staglia e si definisce. Pensiamo al simbolismo dei fiori, che sempre rappresentano l’anima, come la rosa mistica o il fior di loto per l’Oriente.
Eppure, nonostante questa solitudine, prova e nel contempo condizione ontologica (Ognuno sta solo sul cuor della terra rammenta Quasimodo), la poetessa fa subito riferimento alle radici:
"Fortunato chi ha radici. / Un’Itaca e una Penelope dove ritornare".
Avere radici si configura come possedere archetipi, parametri certi, etica e leggi con i quali intessere se stessi. Vedremo quali punti fermi assuma la poetica dell’artista, quali solide radici. Solo così si dà conto del titolo, che è arrendersi a quanto è fatalmente predisposto ma anche, paradossalmente, un assenso alla propria capacità di costruire, basata sull’intensità del sentire, intelligenza segreta che guida. Possiamo pensare all’ultimo Nietzsche, al suo messaggio essenziale: "Così volli che fosse".
Procino, meditando sul dono di Prometeo, ormai posto in una "lontananza abissale", scrive:
"Non si accettano più doni dagli sconosciuti, / pur benefattori ".
Non esistono sostegni che provengano dall’alto senza la consapevolezza umana, la presa d’atto della realtà. Bellissima a questo riguardo la poesia dedicata alla donna straniera raccoglitrice di pomodori, sola e condannata allo sfruttamento, un essere coatto:
"Chiedo a chi guarda dall’altra parte / e non vuole vedere. / Se Dio sopravvive / non è certamente qui."
Ma non è neppure altrove, perché "Siamo uomini in preda all’abisso" sebbene "fieri della propria finitezza effimera". E ancora: "Sento il capolinea dell’umanità". È "La fuga di Humanitas".
Al momento cruciale collettivo che esige scelte consapevoli, il canto unisce, sposa la vicenda personale di un amore pieno, sontuoso, "un bene rasente l’immenso", goduto e poi perduto, capace di far vedere con occhi nuovi l’intera esistenza, non senza aver attraversato il dolore dell’abbandono, la landa desolata (Eliot), dopo i fasti della passione:
"Ho vita limitata ai tuoi abbracci / che lambiscono i miei fianchi / docili non più insolenti."
Amore totalizzante, completo, anche materno:
"Il tuo sonno arreso nel mio abbraccio / mi rende madre del mio amore."
Perduto, dicevamo, indimenticabile, ossessivo nel ricordo:
"Sta fissa - anche se scaduto ormai è il tempo - / la tua bocca che chiede baci e ne dà".
Ma poi seguono le veglie notturne popolate di mostri.
"La carne sente brividi / di freddo".
"Non ho più mani. Le ho perdute / stendendo carezze e non sono ritornate."
Ma poi "Io crebbi". Ma poi avviene l’accettazione, accade di pronunciare "E sia" così stoico, così risolutivo, per riuscire a vivere "i silenzi amorosi della neve".
Procino si domanda se sia possibile rinascere. La sua risposta è affermativa, scoprendo la potenza delle divinità ctonie, "Le viscere del Sud":
"Accolgono riti di nascita che non vogliono sparire / - la grazia della resurrezione - / come serpi danzanti / al calar della notte".
Il serpente circolare che si morde la coda, ouroboros, è simbolo universale di vita eterna. Sembra che la poetessa veda nel femminile, in tutte le sue declinazioni, l’elemento di salvezza per tutti. Possiamo accostarle il grande libro di ricerca antropologico mitica La dea bianca di Robert Graves, in cui è lei, la dea, all’origine di ogni civiltà, la salvatrice. Guaritrice.
Sebbene la Sibilla sia afona, all’amica malata Grazia Procino può dire e suggerire:
"Fabbrico virgole come uncini in abbondanza / e tu aggrappati, ti prego, con la forza."
Resuscita le baccanti estatiche invasate dal dio e dove esse danzano "l’Eden è qui lussureggiante di sensi".
Non un ritorno a "Itaca minacciosa" dunque, in cui sappiamo si compì una strage, ma il ritorno dolce a "l’olio che scendeva sul pane odoroso / dalla mano non più ferma di mia nonna".
La Grande Madre scolpita in un ricordo. Queste le radici. Solo per questo si canta nell’epilogo:
"Ameremo senza stancarci / in stanze grandi a contenere i cieli / neri come la pece / per confondere il mio dal tuo / ed essere nostro. / Torneremo a godere di vita."

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Bellissimo.