

Pier Paolo Pasolini. Il cinema, l’amore & Roma
- Autore: Gordiano Lupi
- Genere: Storie vere
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2023
Pier Paolo Pasolini non è morto da poeta, e nemmeno da armigero della parola quale era; è morto piuttosto da agnello sacrificale, macellato da un ragazzo di vita, uno dei tanti che ha amato-inseguito-raccontato finché ha avuto fiato e potuto. Quanto meno questa è la storia ufficiale, quella “sbagliata” (De Andrè) sulla morte di Pasolini. L’altra storia, molto più plausibile, ingenera la compresenza all’Idroscalo di Ostia di balordi e squadristi al soldo di chissà chi. Era la notte di Halloween di mezzo secolo fa: una notte di fantasmi e fantasmi della Repubblica in giro per l’Idroscalo di Ostia. Cinquant’anni il prossimo 2 novembre per l’ennesimo mistero italiano: solo il proscenio polveroso del campetto di Ostia e di certo i mandanti e gli assassini del poeta sanno davvero com’è andata. Quasi fosse presago della notte della Repubblica e parimenti dell’approssimarsi della propria notte, dopo la strage di Piazza Fontana (1969), Pasolini aveva declinato sul Corriere il famigerato elenco di doglianze occulte compreso tra l’alfa e l’omega dei “io so [...] ma non ho le prove”: per questo e per ulteriori, insistite, audacie gli è toccato infine pagare.
Non è un santino il Pasolini che si erge dalle pagine del volume che gli dedicano le edizioni Il Foglio (2023). Il testo è massiccio per mole e contenuti, è scritto da Gordiano Lupi e Patrice Avella, si intitola Pier Paolo Pasolini. Il cinema, l’amore & Roma e batte sul tempo, ma credo senza strategie, la fiumana celebrativa intuibile con l’approssimarsi dell’anniversario dell’omicidio. Se celebra, il testo di Lupi e di Avella celebra senza apologesi, orbitando attorno al tema Pasolini, assemblando dell’uomo e dell’artista quanto più è possibile - e forse anche più onesto – assemblare: luoghi, scritti, cinema, passioni, tensioni, persino trattorie pasoliniane, facendo sì che ciascuno di questi ambiti diventi tassello di un racconto autobiografico per interposta persona. La trasversalità di interessi (delle ragioni di vita) di Pasolini diventa, tra le pagine di questo libro, chiave di accesso intima e ulteriore a Pasolini.
Le otto righe (finto)diaristiche che cominciano il percorso interiore-esteriore fra gli anditi e i topoi pasoliniani anticipano dunque il taglio dell’intero lavoro:
Detesto le interviste, per questo mi racconto da solo, poiché quelli come me non muoiono, restano nelle parole della gente, sono scomodi più da morti che da vivi, sono maestri che nessun’ascolta, eliminati e cannibalizzati, ma restano in eterno. Avete presente il corvo di “Uccellacci e uccellini”? Ecco, ho detto tutto, non serve dilungarsi, lui è il maestro che va ucciso e divorato. Forse avevo in mente la fine che avrei fatto, dicono che gli artisti sono un po’ veggenti.
Se da un lato la vasta competenza cinematografica di Lupi è confermata dal confronto con lo spessore dello specifico filmico pasoliniano (analizzato nella sua interezza e minutamente), dall’altro Avella si fa carico del tratteggio - meno autoriale ma non meno portante per la comprensione lata di P.P.P. - che passa dai luoghi romani (piazze, strade, quartieri, set), dal calcio, finanche dai cibi preferiti e le ricette, dagli amici e le amiche del regista. Sulla scorta di ciò il volume si irrora di affluenti memorialistici, testimonianze-articoli-lettere autografe, poesie del regista. Se cito fra queste ultime Io sono una forza del passato è perché emblematica dell’antimodernismo - poetico e profetico - di cui è stato portatore luminoso Pier Paolo Pasolini:
Io sono una forza del Passato.
Solo nella tradizione è il mio amore.
Vengo dai ruderi, dalle chiese,
dalle pale d’altare, dai borghi
abbandonati sugli Appennini e le Prealpi,
dove sono vissuti i fratelli.
Giro per la Tuscolana come un pazzo,
per l’Appia come un cane senza padrone.
O guardo i crepuscoli, le mattine
Su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo,
come i primi atti del Dopo storia,
cui io assisto, per privilegio d’anagrafe,
dall’orlo estremo di qualche età
sepolta. Mostruoso è chi è nato
dalle viscere di una donna morta.
Ed io, feto adulto, mi aggiro
Più moderno di ogni moderno
a cercare fratelli che non sono più
[Da “Poesia in forma di rosa”. Viene letta da Orson Welles nel film “La ricotta”, da un libro intitolato “Mamma Roma”]
Micro e macrocosmi pasoliniani si intersecano nel libro a quelli derivanti dal suo lascito intellettuale, entrambi restituiti in modo tassonomico e libero associativo insieme. A pagina 356 si rintraccia, per esempio, un paragrafetto dedicato alle canzoni dedicate alla morte e/o alla figura di P.P.P. Che io ne sappia, non ne manca nessuna: di quelle scritte dopo la sua morte (Una storia sbagliata, Bubola-De Andrè; A Pà, De Gregori; Lamento per la morte di Pasolini, Marini), e di quelle che traggono ispirazione dai suoi territori ideali prediletti, soprattutto popolari (Lella, De Angelis; Sora Rosa, Venditti; E me lo chiami amore, Baglioni; Semo gente de borgata, Califano; Sempre, Ferri).
Con taglio e passo da inchiesta, il capitolo di Gordiano Lupi assegnato al delitto Pasolini, a seguito di estratti di giornali, stralci processuali, pareri di amici alquanto illustri (Alberto Moravia, Dacia Maraini, Rossana Rossanda, Sergio Citti), riepiloga il discorso in otto righe amare:
Per Citti il regista è stato ucciso da chi ‘aveva paura della sua mente, del suo spirito, e della sua capacità di essere libero’. Ci sarebbero stati esecutori e mandanti e il ruolo di Pelosi sarebbe stato solo quello del capro espiatorio, un ragazzino ricattabile. ‘Lo hanno usato. Pelosi è dovuto stare al gioco di quella gente rispettabile che aveva commissionato l’omicidio’. L’unica cosa certa è che la verità non la sapremo mai.
Di questo non sapere la coscienza vigile del Paese ancora non riesce a darsi pace: esiste qualcosa di peggiore del non sapere, ed è sapere ma non avere prove per dimostrare.
Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpes istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di golpes, sia i neofascisti autori materiali delle prime stragi, sia, infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti [...] Io so i nomi di coloro che, tra una messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali [...], a giovani neofascisti, anzi neonazisti [...] e infine ai criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome [...] Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killers e sicari. Io so tutti questi nomi e so tutti questi fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
(Pier Paolo Pasolini, “Corriere della sera”, 14 novembre 1974)

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